Una mostra molto bella, pensata, puntuale nella scelta e nell’affiancamento delle opere, riporta a Roma dopo 22 anni l’opera del genio olandese, ripercorsa attraverso una settantina di capolavori. Disegni, acquerelli, dipinti, prestiti eccellenti delle maggiori collezioni internazionali, da cui provengono anche le circa 40 opere dei suoi più illustri contemporanei (da Millet a Gauguin, da Pissarro e Cezanne), a evidenziare una parabola creativa senza pari. Intitolata “Vincent Van Gogh. Campagna senza tempo. Città moderna”, l’importante rassegna ha richiesto tre anni di grande impegno e un investimento di tre milioni di euro. La mostra, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione con il Comune di Roma, Provincia di Roma e Regione Lazio, ed è stata realizzata con il fondamentale supporto di istituzioni quali il Van Gogh Museum, il Rijksmuseum, il Guggenheim, l’Hammer Museum, la National Gallery del Canada, la Tate National e il Louvre. Il primo passo per portare i capolavori di Van Gogh nella capitale è stato quello di individuare un tema, possibilmente non scontato e al tempo stesso esemplare per ricostruire l’evoluzione espressiva dell’artista. La scelta della curatrice Cornelia Homburg è caduta sulla dicotomia tra il valore eterno rappresentato dalla campagna e la modernità, espressa dal dinamismo della città, che persiste nella poetica di Van Gogh dall’inizio alla fine della sua produzione. Questo ha consentito di rileggere quel decennio straordinario in cui la sua arte si forma e si consolida fino a scoprire il colore nuovo della modernità, che apre in modo definitivo la strada alle avanguardie. Un cammino breve e intensissimo, che il pittore conduce studiando gli antichi e guardando i suoi contemporanei, spesso compagni di strada con i quali condividere un’incessante ricerca formale. Come i maestri classici, Van Gogh impara copiando dal vero, con il disegno, lo studio del soggetto, non schizzi, ma opere complete, piccoli capolavori che ritraggono tanto vedute cittadine, quanto campi, paludi, chiese. Bellissimi i gessetti dei covoni o le meravigliose contadine colte nello sforzo di raccogliere il grano (opere strepitose dalla collezione Kroller e dal Van Gogh Museum) e il confronto con Jean-Francois Millet, che Van Gogh chiamava ”mon pere”. Il disegno evolve nel colore con la pittura bruna e terrosa degli anni olandesi. Uomini e donne del popolo, impegnati nel duro lavoro quotidiano, tessitori e contadini, di cui la mostra del Vittoriano allestisce anche numerosi ritratti. L’arrivo a Parigi fa cambiare nuovamente il passo al genio di Van Gogh. La tavolozza si fa luminosa, la pennellata veloce, addirittura vorticosa. E negli Orti a Montmartre (1987), inondati di luce, campagna e città si fondono, del resto gli stessi giardinetti davanti a casa sua diventano di volta in volta una sorta di Bois de Boulogne o aperta campagna. Bellissimi, da collezioni private, gli Albicocchi in fiore e gli Olivi, strepitosi gli autoritratti in panni da borghese di città e da contadino, realizzati nel giro di un anno eppure così diversi tra loro. E’ dopo la permanenza ad Arles che il colore diventa addirittura accecante, per virare su toni del verde e del blu dell’ultimo periodo. Quello della Montagna a Saint-Remy con casolare scuro, delle Contadine che zappano in un campo innevato, dei Cipressi con due figure femminili. «Van Gogh ci ha rimesso le mani più volte – ha spiegato la curatrice – poi lo ha finito inserendo due figure femminili. Al fratello Theo scrisse che per lui rappresentavano la modernità».

Antonella Pitrelli

 

 

 

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