Con Stanley Kubrick. Visioni e finzioni (1945-1950). Cinque anni da grande fotografo, Palazzo Mignani presenta i primi passi del grande regista nel mondo dell’immagine, quando appena diciassettenne iniziò la sua breve, eppure fortunata, carriera di fotoreporter. Esposte 130 fotografie provenienti dalla Library of Congress di Washington e il Museum of the City of New York, che custodiscono un patrimonio ancora sconosciuto di oltre 20.000 negativi di Stanley Kubrick, giovanissimo, ma già grande fotografo in grado di testimoniare la vita quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi e della multiforme umanità che già affollava New York, città a sua volta spesso protagonista in inquadrature incise e ironiche. L’iniziativa, uno dei principali appuntamenti di Fotografia Europea 2011, curata da Rainer Crone, è la terza tappa di un percorso che, prima di approdare a Reggio Emilia, ha toccato Milano e in seguito Venezia, con oltre 90.000 visitatori. La mostra rivela il suo modo di fare fotografia, una delle passioni che Kubrick, ancora minorenne, ereditò dal padre, ma che si esaurì nel breve volgere di un quinquennio. La prima fotografia viene pubblicata il 26 giugno 1945 e ritrae un edicolante affranto per la morte di Roosevelt, un’immagine che affascinerà così tanto gli editors di Look da offrire al fotografo dilettante la possibilità di entrare nello staff della rivista come fotoreporter. Il percorso espositivo presenta, per la prima volta, il nucleo completo degli scatti dedicati al giovane Montgomery Clift, colto nel suo appartamento, e quelli del pugile Rocky Graziano, che testimoniano come il legame tra l’Italia e l’America abbia ispirato da sempre immagini e filmografie di grande intensità. Kubrick in queste fotografie del pugile italo-americano, dal taglio e dalle atmosfere di sapore già cinematografico, esibisce tutta l’intensità dell’italianità migrata oltreoceano che sarà punto di riferimento per il film “Toro scatenato” di Martin Scorsese. Tra le altre sezioni, si possono ricordare Portogallo che racconta il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato dopoguerra, o Crimini, che testimonia l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, fino all’avvenuta cattura, o Betsy Furstenberg, giovane ragazza americana rappresentata come il simbolo della vivace vita newyorkese di quegli anni, cui fanno da contraltare le vicende dei piccoli shoe shine, i lustrascarpe che si trovavano agli angoli delle strade di New York, o quelle che ritraggono la vita quotidiana dei musicisti dixieland o ancora il variegato mondo degli artisti del circo. Il metodo Look era caratterizzato da una narrazione a episodi, in cui il soggetto veniva seguito costantemente e fotografato in tutto ciò che faceva. Uno stile che spesso non piaceva ai più grandi fotografi ma che entusiasmò il giovane Kubrick, al quale piaceva creare delle storie partendo proprio da quegli scatti. Per ottenere dai personaggi delle pose che fossero più naturali possibili, Kubrick metteva in atto una serie di stratagemmi per passare inosservato, ad esempio nascondendo il cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca o azionando  l’otturatore con un interruttore nascosto nel palmo della mano. Negli interni cercava di sfruttare il più possibile la luce naturale. Nel suo lavoro di questi anni è possibile trovare le prime espressioni di quel senso estetico che ritroviamo nei suoi film, come spiega il curatore della mostra: «Le sue istantanee, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei suoi film».

Antonella Pitrelli

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