Dopo lo straordinario successo della mostra Edward Hopper, prosegue la collaborazione tra la Fondazione Roma e il Comune di Milano con una grande esposizione che rende omaggio a una stagione artistica molto speciale, quella sviluppatasi tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Settanta, tra Roma e Milano. Dai monocromi al Nouveau Realisme alla Pop Art, l’arte italiana rivive nella grande mostra Gli irripetibili anni ‘60. Un dialogo tra Roma e Milano, allestita da domani alla Fondazione Museo del Corso. L’esposizione riunisce circa 170 opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, per far rivivere un decennio di straordinario fermento creativo che coinvolse, con la medesima forza innovativa seppure con modalità differenti, le due città, Milano e Roma. Quegli anni furono unici perché diedero vita ad una vera esplosione culturale che investì i più svariati ambiti della società, in un periodo storico complicato, di grandi stravolgimenti anche sociali, in pieno boom economico. Un periodo denso di nuove opportunità, in cui l’Italia, dopo la prima ricostruzione post-bellica, si apriva alle influenze, anche culturali e artistiche, che arrivavano dal resto dell’Europa e del mondo, dagli Stati Uniti in particolare. Milano e Roma erano le due facce, diverse ma complementari, di questa realtà di grande fermento. Milano rappresentava la modernità, l’architettura, il design, cui Roma rispondeva con la sua straordinaria vitalità artistica e culturale, basti pensare alla Scuola di Piazza del Popolo con artisti come Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli, ai cenacoli letterari di Moravia e Pasolini, ai tanti artisti stranieri che qui aprivano i loro atelier, come Cy Twombly. «La mostra – ha spiegato il curatore Luca Massimo Barbero – è una piccola narrazione di un momento gigantesco», in cui il nuovo emerse prepotentemente ad arginare il vecchio. L’esposizione è articolata in quattro sezioni che esemplificano la ricerca artistica nel corso del decennio: l’azzeramento espressivo della monocromia; l’impiego di oggetti e immagini nella emergente cultura Pop; l’internazionalità e la nuova scultura; la sperimentazione tra materiali, segni e figure. Innumerevoli le opere che illustrano queste diverse “anime”: dagli Achrome di Piero Manzoni al blu totale di un Monochrome di Yves Klein, dalle opere di Mimmo Rotella, che strappava manifesti pubblicitari trasformandoli così in capolavori che diedero avvio alla Pop Art in Italia alle opere di Schifano, Giosetta Fioroni, Novelli, Kounellis e molti, molti altri. Chiude il percorso la sezione dedicata alla galleria milanese di Giorgio Marconi (tra gli ispiratori di questa mostra): lo Studio Marconi, inaugurato nel 1965, fu uno dei principali centri di innovazione dell’epoca, uno dei luoghi d’incontro prediletti dalle personalità artistiche e culturali di spicco di quegli anni.

Antonella Pitrelli

 

 

 

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