Una grande mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma illustra per la prima volta il rapporto di Andy Warhol con l’informazione giornalistica. Warhol: Headlines espone  le opere realizzate dall’artista sul tema dei titoli giornalistici: circa 80 opere tra dipinti, disegni, stampe, fotografie, sculture, film, video e televisione, basate sulle notizie dei tabloid. L’attenzione per il lato sensazionale dei media contemporanei caratterizzò tutta la carriera dell’artista. Fin dai suoi esordi come grafico pubblicitario, l’artista fu attratto dai titoli dei giornali, che selezionava dopo averne sfogliati in gran numero e che conservava come fonti per le proprie opere. Nacquero così le Headline Works, le opere-titolo che rielaboravano prime pagine o ritagli stampa e che egli eseguì con tutti i media e in tutti i formati: opere bi- e tridimensionali, video e programmi televisivi che seguivano l’evoluzione dei canali dell’informazione, dalla stampa alle TV via cavo. L’esposizione mostra il metodo elaborato da Warhol per trasformare titoli e prime pagine in opere d’arte, ritagliando, alterando, oscurando e riordinando i testi e le immagini originali. Con la serie di Headlines il genio della Pop Art si rivela non solo artista, ma anche editore ed autore di qualcosa di assolutamente originale, anticipando di decenni l’evoluzione/involuzione della comunicazione e dei media, cui oggi assistiamo. La produzione di Headline Works attraversa tutta la carriera dell’artista, si apre con i suoi primi disegni e con opere-titolo dipinte a mano su tela tra gli anni Cinquanta e Sessanta, basate su vicende riprese dai tabloid da supermercato. Warhol ricerca la commistione tra vari generi, tipica di questi giornali, e pone sullo stesso piano argomenti come il gossip (con soggetti come la principessa Margaret d’Inghilterra o la cantante pop Madonna) e gli eventi catastrofici (dai disastri aerei ai terremoti), evidenziando il cinismo dei meccanismi che regolano la  cronaca giornalistica, con la riduzione a “merce”, scoop, della vita delle persone, e anche della morte. Non mancano tuttavia anche articoli di critica sociale, come quelli, di solito relegati in fondo ai giornali, che ricordano le morti dovute a percosse della polizia. La mostra è anche un viaggio attraverso i grandi cambiamenti tecnologici che hanno trasformato il mondo del giornalismo e il modo in cui le notizie vengono comunicate, dalla pagina stampata alla televisione, dai video ai supporti elettronici. L’ultima sezione è dedicata alle opere degli anni Ottanta, che Warhol realizzò in collaborazione con giovani artisti graffitisti di grande talento, Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Lo stesso artista, che nella sua esistenza ha voluto intrecciare vita e arte, non si è sottratto all’inevitabile ingerenza dei media, diventandone egli stesso protagonista e vittima. Come nel 1968, quando fu sulle prime pagine di tutto il mondo la notizia del tentato omicidio da parte della scrittrice Valerie Solanas che gli sparò. Interessante notare che le opere sono tutte in lingua inglese, tranne una: è il monumentale trittico “Fate presto” (conservata presso la Reggia di Caserta) che riproduce la prima pagina de “Il Mattino” di Napoli del 23 novembre 1981 e che fu commissionato dal gallerista napoletano Lucio Amelio in occasione del drammatico terremoto dell’Irpinia. Una prova del potere anche positivo e di denuncia dei media, mezzo di cui Warhol intuisce e mostra la grande ambivalenza, luci ed ombre. La mostra, curata da Molly Donovan del dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea della National Gallery of Art di Washington, è organizzata in collaborazione con il Warhol Museum di Pittsburgh, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e il Museum für Moderne Kunst di Francoforte.

Antonella Pitrelli

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