L’infibulazione, ovvero la mutilazione genitale femminile, una pratica arcaica tutt’oggi in uso presso molte società in Africa, penisola arabica e sud-est asiatico, è una barbarie inflitta alle donne che, secondo una tradizione atavica, garantirebbe il loro status sociale e la loro verginità, condizione per poter andare in sposa. Si tratta di una delle varie forme di violenza perpetrata quotidianamente nei confronti delle donne, un fenomeno sistematico e molto diffuso, come ci dicono i dati: sono circa 140 milioni le donne nel mondo che hanno subito mutilazioni genitali, mentre in Europa, secondo stime del parlamento Ue, sono cinquecentomila le donne e le bambine che portano le conseguenze permanenti di queste pratiche e altre centottantamila sono a rischio ogni anno. Il 6 febbraio si celebra la Giornata mondiale per l’abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili e sono tante le associazioni, internazionali e nazionali mobilitate, tra queste Amnesty International e l’European Women’s Lobby hanno rivolto un appello all’Unione europea affinchè si impegni a porre fine alle mutilazioni genitali femminili e ad altre forme di violenza contro le donne. Questo perché dal 2010, quando la Commissione europea aveva promesso di adottare una strategia sulla violenza contro le donne, comprese le mutilazioni genitali femminili, secondo Amnesty non vi è stato alcun tentativo coerente e strutturato di affrontare questa violazione dei diritti umani. I dati riportati dall’associazione ci dicono che molto spesso anche le bambine che vivono in Europa subiscono l’infibulazione, questo perché i genitori le portano all’estero per le vacanze estive e approfittano di quel periodo per sottoporle alla mutilazione. Anche se alcuni stati membri dell’Unione europea si sono dotati di leggi e politiche in materia, c’è ampia disparità tra Stato e Stato. In Francia, Regno Unito, Svezia, e altri paesi dove è stata riconosciuta reato da oltre un decennio, la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili prosegue. «E’ la prova che la legge non è la chiave che chiude tutte le porte a questa violazione dei diritti umani. L’Unione europea dovrebbe adottare un approccio complessivo che coinvolga le comunità interessate, per garantire che le bambine siano protette e le loro famiglie non siano colpite dallo stigma», ha dichiarato Christine Loudes, direttrice della Campagna europea “End Fgm”, per porre fine alle mutilazioni dei genitali femminili, promossa da Amnesty International. Il passo che ciascuno stato membro della Ue dovrebbe subito intraprendere per proteggere le donne e le bambine dalle mutilazioni e da altre forme di violenza è quello di firmare e ratificare immediatamente la Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne. L’Italia non ha finora firmato la Convenzione, per cui l’auspicio è che il nostro Governo si impegni a firmare e ratificare quanto prima il primo strumento internazionale che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne. Una battaglia per i diritti umani e contro la violenza. Una battaglia di civiltà.

Antonella Pitrelli

 

 

 

 

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