La Green economy è l’economia”. Con questa frase il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha sintetizzato l’intervento svolto ad Ancona, dove ha partecipato al convegno ”Green Economy, perché ce la possiamo fare”, per la presentazione di “Green Italy”, il libro del presidente della Fondazione Symbola, Ermete Realacci. Clini ha illustrato il contenuto della grande sfida che si prospetta oggi per i problemi dell’ambiente, osservando che essa consiste nel «cambiare il sistema energetico italiano spostando contestualmente la struttura produttiva verso le nuove tecnologie». «Ora – ha rilevato il ministro – siamo in una fase ancora incerta, poiché da un lato abbiamo una struttura che è ancora sostanzialmente quella degli anni ‘70, e dall’altro abbiamo una grande energia da parte delle piccole e medie imprese che hanno innovato e internazionalizzato e che oggi sono quelle che prevalentemente sostengono l’export». «Ed è questa – ha concluso – l’area su cui dobbiamo puntare e che può aprire grandi spazi all’occupazione giovanile». Un’ulteriore conferma da parte del ministro Clini del ruolo importante dell’economia verde nella crescita e nello sviluppo del nostro Paese. Un punto importante da cui ripartire, ancor più nell’anno di Rio +20, la conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile che si terrà in Brasile dal 20 al 22 giugno 2012. «Quando passerà la crisi – ha detto Ermete Realacci – le cose non torneranno come prima, perché si affacciano sulla scena mondiale Paesi con oltre un miliardo di abitanti che prima non c’erano. Quindi, quando si parla di “Green Italy”, si parla del fatto che tutte le imprese italiane debbono puntare su qualità, innovazione e ambiente per competere senza perdere le radici nel proprio territorio». “Green Italy” racconta la “green economy in salsa italiana”, storie virtuose e di successo di imprenditori che hanno scommesso sulla green economy, dal Nord al Sud: dal Friuli alle Marche, dalla Toscana alla Calabria, fino alla Sicilia. Venticinque storie di imprese grandi o piccole che hanno saputo coniugare tradizioni e innovazione, regole ed etica pubblica e così vincere la sfida della crescita proprio negli anni della crisi. Ad esempio quella di Ecoplan, un’impresa calabrese di Polistena che dallo scarto di lavorazione delle olive ricava materiali per edilizia di grande qualità. Una storia simile a quella di Edilana, in Sardegna, dove un gruppo di ricercatrici ha imparato a produrre, dai residui della lana e dei latticini, materiale, anche questo per l’edilizia, di grandissima efficacia. Non mancano nemmeno le nuove tecnologie, come Mandarin, l’azienda che in Sicilia ha diffuso l’uso dell’informatica anche nei piccoli comuni o Win-pack in Toscana, nata dalla Scuola Superiore del Sant’Anna, che applica l’informatica alla medicina, riduce i costi e accompagna meglio i malati nella degenza. Oppure i saperi legati all’artigianato: la storia di un grande sarto di Ginosa, in Puglia, Angelo Inglese, che vende i suoi abiti in mezzo mondo e che ha creato la camicia al principe William per le nozze con Kate Middleton. Solo per citarne alcuni. «Green Italy è dove la green economy sposa le vocazioni nazionali, tiene insieme le tradizioni con l’elettronica e la meccanica di precisione, puntando su qualità, ricerca e conoscenza per produrre un’economia più sostenibile e innovativa. E poi ancora si apre ai mercati globali e rinsalda i legami con il territorio, facendosi forte della coesione sociale e del capitale umano. È la via di un patriottismo dolce che può cambiare l’Italia. Un’idea di futuro per l’economia, la società, la politica», conclude l’autore. E i numeri danno ragione a chi vuole puntare sulla green economy, ottima scommessa anche in termini di opportunità di occupazione. I dati di Unioncamere in tal senso parlano chiaro: lo scorso anno ben il 38% dei nuovi posti di lavoro, 220 mila su 600 mila, erano legati in qualche maniera all’economia green.

Antonella Pitrelli

 

 

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