Filippino Lippi e Sandro Botticelli, allievo e maestro, artisti sublimi del Rinascimento, messi per la prima volta a confronto in una grande mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma. La mostra, Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ‘400, nasce con l’idea di celebrare la grandezza dell’arte del Lippi che, secondo i critici, è stata erroneamente sottovalutata rispetto al più noto maestro, il Botticelli. L’esposizione raggiunge l’obiettivo, far luce sull’opera di Lippi, sulla sua vita e sul suo modo di essere artista, a partire dal confronto con l’autore della Nascita di Venere e della Primavera, ma senza esaurirsi nella sterile competizione. Lippi e Botticelli: stili, percorsi, personalità diversi, che vissero in maniera intensa ed interpretarono in maniera originale la loro arte in un periodo storico importante ma anche drammatico, quello che vide protagonisti la famiglia Medici e il frate Savonarola. La mostra, promossa dalle Scuderie dell’Azienda speciale Palaexpo in co-produzione con “24 Ore Cultura-gruppo 24 Ore” con il sostegno di Cariparma-Crédit Agricole, curata da Alessandro Cecchi, direttore della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, presenta al pubblico i circa trentaquattro anni di attività del maestro: dalle tavole agli affreschi, ai raffinati disegni su carte colorate, veri e propri capolavori a se stanti. Opere celebri e preziosissime che vengono riunite per la prima volta a Roma grazie ad importanti prestiti dai più importanti musei di tutto il mondo e da collezioni private, come consuetudine per le grandi mostre delle Scuderie del Quirinale. Accanto alle sue opere è possibile ammirare alcuni dipinti di Botticelli e di altri artisti del tempo, come Frà Diamante, Raffaellino del Garbo allievo di Filippino, lo scultore Benedetto da Maiano, e altri come Piero di Cosimo. Nato a Prato verso il 1457 dalla relazione clandestina di fra’ Filippo Lippi con la monaca Lucrezia Buti, Filippo, chiamato Filippino per distinguerlo dal padre, pittore dei più famosi e apprezzati del suo tempo, divenne a sua volta un artista di primissimo livello, cui il Vasari riserva parole di elogio per il “tanto ingegno” e la “vaghissima e copiosa invenzione”. In mostra l'”infamia della natività sua“, come scrive il Vasari nella biografia del pittore (edizione 1550), è documentata da una denuncia inviata, quando Filippino aveva circa quattro anni,  agli Ufficiali della Notte e Conservatori dell’Onestà dei Monasteri: “El detto frate Filippo à avuto uno figliuolo maschio d’una che ssi chiama Spinetta. E detto fanciullo à in casa, è grande, e à nome Filippino”. L’arte a quei tempi si imparava “a bottega” e per  Filippino, talento precoce, il primo maestro è il celebre padre, il quale annovera tra i suoi più promettenti allievi proprio Sandro Botticelli. Dal 1467 al 1469,  Filippino è a Spoleto col padre, ad aiutarlo ad affrescare il catino dell’abside del Duomo, opera lasciata interrotta per la morte di Filippo nell’ottobre 1469. Dal giugno1472, a15 anni, Filippino entra nella bottega del Botticelli, più anziano di lui di 12 anni, diventato oramai famoso artista, molto apprezzato particolarmente dai Medici, signori della città e grandi committenti. Quella del Botticelli  si impone a Firenze tra le grandi botteghe, accanto a quelle del Verrocchio e dei fratelli Pollaiolo, tutte in spietata concorrenza tra loro, dove si formano scultori, orafi e pittori, tra i quali il giovane Leonardo da Vinci. Fin dalle sue prime prove giovanili, emerge chiaro il talento e lo stile personalissimo di Filippino, che si affermerà grazie alla sua fantasia inesauribile, allo stile ricercatissimo, al virtuosismo nella resa del movimento e del sentimento, alla ricchezza delle decorazioni e allo straordinario illusionismo delle sue opere. Una personalità talmente autonoma e originale rispetto al Botticelli, da non poter essere considerato un semplice garzone di bottega ma un collaboratore alla pari, tanto da divenirne poi un rivale temibile nell’ultimo ventennio del quattrocento, apprezzato sempre più dai Medici, e dai loro sostenitori, come dai seguaci del Savonarola e dai repubblicani. Del Filippino “a bottega” sono in mostra tre tavolette della “Storia di Ester” (due da Ottawa e una da Roma), dipinti su due cassoni nuziali. Botticelli in persona dipinse la più celebre, nota per decenni come “La Derelitta”, che in realtà raffigura Mardocheo, zio di Ester, solo davanti al portone sigillato, in una scena di rara drammaticità, disperato perché il re di Susa Assuero ha deciso di far uccidere gli ebrei del regno. Ai collaboratori Sandro affidò il resto delle figure, e Filippino, il più dotato, eseguì “quelle scene con una grazia, con una gustosità cromatica che le rendono tra le più mirabili del genere”. Filippino, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, inizia dunque un suo autonomo percorso con incarichi sempre più prestigiosi, come il completamento degli affreschi della Cappella Brancacci, opera di Masaccio e Masolino. E’ di questo periodo il “Tondo Corsini, con figure che richiamano ancora  l’influenza del Botticelli ma originali per le delicate trasparenze e la minuziosa attenzione, di matrice fiamminga, del tutto estranea all’antico maestro. E’ l’incontro con i grandi committenti la vera svolta della sua carriera. Per Filippo Strozzi, ricco mercante e banchiere, realizza numerose commissioni, tra cui la celebre Cappella Strozzi in Santa Maria Novella a Firenze. Grazie alla segnalazione di Lorenzo il Magnifico, grande estimatore di Filippino, ottiene l’incarico più importante della sua carriera, la decorazione della cappella del cardinale Oliviero Carafa, protettore dei Domenicani, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva (1488 – 1493). La cappella rappresenta uno spartiacque nell’arte di Filippino, che a Roma ha modo di studiare le statue e gli edifici antichi, traendone nuove suggestioni, una nuova monumentalità delle figure e della costruzione architettonica. I volti, le pose delle figure hanno un senso del movimento e dell’emozione, un pathos, molto più accentuato. La fantasia estrosa e l’inventiva straordinaria di Filippino si alimentano, reinterpretandola, della cultura antica, come è possibile ammirare nella “Musa Erato”, arrivata da Berlino. Tra i vari capolavori di Filippino esposti, alcuni sono stati restaurati per l’occasione, come la splendida “Adorazione dei Magi” (1478 circa), arrivata dalla National Gallery di Londra. Altro dipinto restaurato, arrivato dal Metropolitan, è la “Madonna Strozzi”, che raffigura Maria in un manto blu notte sopra la veste rossa, seduta in un ambiente aperto, mentre regge sulle ginocchia il Bambino che con le mani stropiccia le pagine di un libro di preghiere. Accanto una melagrana aperta, simbolo della resurrezione. Il restauro ne ha rivelato la brillantezza e preziosità cromatica, segno del prestigioso committente, Filippo Strozzi, il quale dava grande importanza allo splendore materiale. Il primo piano della mostra è chiuso dal capolavoro assoluto, l’“Apparizione della Vergine a San Bernardo”, che Filippino dipinge tra il 1484 e il 1485 per l’amico Piero di Francesco di Jacopo del Pugliese. Da non perdere il “Ritratto di musico (opera arrivata da Dublino) con lira da braccio ed archetto, considerato da J.K.Nelson il “primo ritratto europeo” con uno strumento musicale. Lo studioso sottolinea che, fatto “sommamente insolito per i ritratti di quel periodo“, il  giovane non si limita a reggere lo strumento, ma sta girando uno dei piroli che regolano le corde, azione che lo rende  “uno dei ritratti più originali del Quattrocento”. Verso il 1493 Filippino è ormai riconosciuto fra i quattro maggiori pittori di Firenze della seconda metà del Quattrocento, con Botticelli, Perugino e Ghirlandaio. Nel novembre 1494, con la caduta dei Medici e l’introduzione della Repubblica, le strade di Filippino e Botticelli si separano in maniera netta. Sono gli anni delle predicazioni di frate Girolamo Savonarola, contro la corruzione dei costumi e del clero, l’usura, la mondanità. Botticelli diventa “piagnone”, come erano chiamati i seguaci del Savonarola, entrando in una profonda crisi spirituale e artistica che, come disse il Vasari  “ciò fu causa che egli abbandonando il dipingere e non avendo entrate da vivere, precipitò in disordine grandissimo” e si trovò “vecchio e povero“.  In mostra questa ultima fase della vita del Botticelli è testimoniata dalla grande tavola rettangolare, “Storia di Virginia“, dipinta da Sandro nel 1500-1510, una delle ultime opere. Nella sequenza del rapimento della fanciulla, del giudizio iniquo e dell’uccisione di Virginia per mano del padre per preservarne l’onore, il curatore Cecchi segnala la “concitazione nelle pose delle figure e la drammaticità della narrazione“,  “così diverse e ormai lontane dalle olimpiche certezze” del periodo del Magnifico, “in una crisi irreversibile che gli fece mancare le importanti commissioni che ebbe fino all’ultimo il suo antico allievo e collaboratore”. Filippino, a differenza del suo antico maestro, non si lascia influenzare dalla situazione politica, dimostrandosi versatile e pronto a soddisfare ogni tipo di commessa, passando con disinvoltura dalle pitture mitologiche del periodo di Lorenzo il Magnifico a soggetti religiosi e pietistici, più adatti alla nuova committenza “piagnona” suscitata dalla predicazione del Savonarola. Un “artista per tutte le stagioni”, come lo ha definito il Cecchi. Quando il 20 aprile 1504, Filippino morì per problemi cardiaci, la sua Firenze gli tributò il massimo onore: durante il trasporto della salma a San Michelino Visdomini, per le vie della città ogni attività si interruppe e i bottegai “serrarono” le loro botteghe. E il Vasari annotò: “come alcuna volta si suol fare nelle essequie de’ principi”.   

Antonella Pitrelli

 

 

 

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