Una meravigliosa coppia di Grifi di marmo, con le grandi ali azzurre spiegate verso l’alto, ritratti in una azione di caccia, nell’atto di azzannare un cerbiatto; un grande bacino dipinto (podanipter); intorno un corredo funerario composto di 8 vasi affusolati, tra i quali emerge un cratere a calice, decorato da una coroncina in oro a foglie d’edera. Tutti pezzi in pregiato e trasparente marmo dell’isola di Paro, che i Greci riservavano ai capolavori della scultura.

E’ questo il tesoro che si sono ritrovati di fronte i saccheggiatori che, in una notte tra il 1976 e il 1978, si sono introdotti per primi nella tomba di un importante personaggio dell’aristocrazia daunia del IV secolo a.C., nel territorio dell’antica Ausculum (l’odierna Ascoli Satriano in provincia di Foggia), centro noto per la battaglia tra Pirro e i Romani nel 279 a.C.

I Marmi policromi di Ascoli Satriano sono uno straordinario complesso di undici marmi dipinti, esposti al romano Palazzo Massimo, prima del loro definitivo rientro in Puglia, nel Museo Civico della cittadina che se li vide sottrarre anni fa.

L’eccezionalità di questa serie di manufatti, un unicum nel panorama dell’archeologia della Magna Grecia di età tardo classica, ha più ragioni: l’alta qualità del marmo, che proviene direttamente dalla Grecia; la presenza della decorazione pittorica, così rara nei marmi giunti sino a noi e, soprattutto, la storia del ritrovamento di questi pezzi. Anche questa infatti, come quella degli Argenti di Morgantina, è una vicenda che ha tutti gli elementi di una spy-story: il saccheggio dei reperti; il trasporto clandestino e il sequestro parziale del carico; le prove fotografiche dei reperti trafugati depositate dai “tombaroli” in un caveau in Svizzera; l’approdo nel gotha del mercato internazionale. Protagonisti, da una parte i cattivi: dai semplici saccheggiatori ai trafficanti di opere d’arte e reperti archeologici, fino ai ricchi mercanti internazionali e a spregiudicati Direttori di grandi Musei. A loro si contrappongono i buoni: gli investigatori, gli archeologi e, con un colpo di scena finale, uno dei trafugatori, reo confesso pentitosi in articulo mortis.

Nel maggio del 2006 il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale rintracciò un gruppo di oggetti nei locali del Museo Civico di Foggia e, quindi, lo trasferì a Roma a disposizione della Magistratura, nel quadro del procedimento penale relativo al commercio internazionale clandestino di reperti di scavo. L’interesse degli investigatori era stato sollecitato dal fatto che, nel corso di indagini sviluppatesi durante gli anni precedenti, un cittadino italiano aveva ammesso di essere stato a suo tempo partecipe di un fruttuoso scavo clandestino svoltosi nel territorio di Ascoli Satriano, nel quale era stato ritrovato sia un gruppo raffigurante due Grifi in marmo, poi venduti ad un museo americano, sia una serie di altri oggetti, sequestrati invece dalla Guardia di Finanza.

Di qui, dapprima la ripresa del fascicolo processuale aperto nel 1978 a carico del responsabile e, poco dopo, la vera e propria riscoperta dei marmi, prelevati dagli stessi militari dell’Arma il 5 maggio e depositati infine, per gli indispensabili interventi conservativi, presso il laboratorio di restauro romano della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma.

Le analisi hanno poi confermato lo straordinario valore dei pezzi rimasti a Foggia e la veridicità del racconto del trafugatore pentito: due tra i pezzi più eccezionali, il sostegno di mensa decorato con Grifi e il podanipter furono effettivamente acquistati dal J.-P. Getty Museum di Malibu che li ha restituiti all’Italia nel 2007. Grande la soddisfazione espressa da Stefano De Caro, Direttore generale per le Antichità del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il quale, dopo aver sottolineato l’eccezionale valore scientifico del ritrovamento dei Marmi dell’antica Ausculum, ne evidenzia il valore simbolico: «L’esposizione di questi reperti è tuttavia altrettanto importante dal punto di vista simbolico perché precede, e soprattutto prepara, l’allestimento definitivo del complesso funerario nella sede del Museo Civico di Ascoli Satriano, città alla cui amministrazione va il merito di aver voluto e realizzato un museo per la valorizzazione del proprio patrimonio culturale ben prima che si profilasse la possibilità di ricevere capolavori come i “grifi che assalgono la cerva” o il bacino dipinto. Lo spirito che ha informato e tuttora caratterizza la politica delle restituzioni chieste e ottenute all’estero – continua De Caro – è quello della pertinenza dell’opera al suo contesto territoriale; e ciò soprattutto quando questo, come nel caso presente, sembra prometterne la più efficace valorizzazione, intesa come promozione della cultura del territorio. Il nostos di questi marmi ad Ascoli Satriano procurerà alla causa dell’archeologia, intesa come momento e strumento culturale della storia del territorio, ben più consensi e ben più convinti di qualsiasi mostra scintillante in una sede alla moda. E forse taglierà agli scavatori clandestini una parte di quella rete di omertà o di disinteresse senza la quale non potrebbero operare come purtroppo hanno fatto e fanno tuttora in terra di Puglia, e in altre regioni d’Italia».

Antonella Pitrelli

 

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